Tre studenti, Miami e un Erasmus VET che non dimenticheremo

Prima di partire per Miami, le emozioni erano tante e spesso contrastanti. Da una parte l’entusiasmo per essere stati scelti in tre, durante il quinto anno di superiori, per un Erasmus lavorativo (VET) all’interno di un progetto PCTO realizzato con l’associazione Mo’better Football; dall’altra, la consapevolezza che non sarebbe stata una semplice esperienza all’estero. Per la nostra età, affrontare un viaggio così lontano con obiettivi professionali concreti rappresentava qualcosa di straordinario, ma anche una grande responsabilità. Ci chiedevamo se saremmo stati all’altezza, se saremmo riusciti a gestire il lavoro, la lingua, la distanza da casa e la convivenza. Le aspettative erano alte, ma accompagnate da timori normali: l’ignoto, il ritmo intenso e il fatto di doverci mettere in gioco davvero, senza la
protezione della scuola tradizionale.
Il viaggio ha subito confermato che non sarebbe stato facile. Due aerei, circa dieci ore di volo, coincidenze e lunghe attese hanno reso lo spostamento fisicamente ed emotivamente stancante. A rendere tutto ancora più impegnativo è stata la presenza di diversi bambini che hanno urlato per gran parte del viaggio, rendendo quasi impossibile riposare. La stanchezza si è accumulata, ma allo stesso tempo ci ha fatto capire che stavamo davvero uscendo dalla nostra zona di comfort. Arrivati a Miami in serata, l’ingresso nell’appartamento è stato uno dei momenti più forti dell’intera esperienza. Dopo ore di viaggio, trovarci in uno spazio così ampio, luminoso e diverso da qualsiasi sistemazione a cui eravamo abituati ci ha dato una sensazione immediata di cambiamento. Quello non era solo un posto dove dormire: era il
luogo in cui avremmo vissuto, lavorato e condiviso giorni intensi, lontani da casa ma insieme.
Dal punto di vista scolastico e professionale, l’esperienza è stata fin da subito molto concreta. Il progetto prevedeva la realizzazione di interviste e riprese destinate a una mostra sui Mondiali di calcio, che si terranno proprio a Miami, e a un documentario dedicato ai Fort Lauderdale Strikers, una squadra storica del calcio statunitense. Non ci siamo mai sentiti semplici studenti in visita: fin dai primi giorni abbiamo lavorato con videocamere, microfoni e tempi da rispettare, osservando la città con uno sguardo professionale. Abbiamo realizzato interviste a figure molto diverse tra loro, ognuna con un ruolo preciso nel racconto che stavamo costruendo. Tra queste: Stefano Cerrato, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Miami, una persona cordiale, timida e con molte responsabilità sulle spalle; Amauri, ex calciatore dei Fort Lauderdale Strikers, un uomo grande e grosso che si è rivelato una persona veramente solare e accogliente; Jeff Rusnak, giornalista sportivo; Eddie Rogers, ex fisioterapista della squadra; e Jon Von Woerden, fotografo sportivo, tre gentili signori che, nonostante l’età, si sono dimostrati persone ancora molto energiche e con grande spirito di iniziativa; Francesco Furnari, direttore della distribuzione di Panini USA, una persona estremamente solare e generosa, che ci ha dimostrato come, anche con così tanta fama, si possa rimanere umili e disponibili con il prossimo, chiunque esso sia; John Hickey, proprietario di un negozio di magliette da calcio, un ragazzo molto giovane con una passione per il calcio davvero intensa; e Hans Huber, proprietario di The Ambry, un locale aperto da suo papà insieme a Gerd Muller, ex giocatore degli Strikers, nel quale ripone grande impegno e dedizione.

Ogni intervista è stata una sfida: preparare le domande, gestire l’emozione, adattarsi all’interlocutore e mantenere la concentrazione. Rispetto alla scuola italiana, qui tutto aveva un peso reale: non si lavorava per un voto, ma per un progetto vero. Accanto al lavoro, la scoperta culturale è stata continua. Miami ci ha colpiti per la sua
incredibile varietà: una città fortemente influenzata da Cuba e dall’America Latina, dove spesso si sente parlare più spagnolo che inglese e dove culture diverse convivono quotidianamente. Muovendoci tra Coconut Grove, Little Havana, Brickell, Miami Beach, Wynwood e il Design District, abbiamo visto quartieri completamente diversi tra loro, ciascuno con una propria identità. A stupirci è stato anche il rapporto con la natura: non solo palme e clima tropicale, ma animali che vivono liberamente in contesti urbani. Abbiamo visto molti galli camminare per strada, scoiattoli nei parchi, aquile in volo e persino un alligatore e un iguana. Per noi, abituati a un ambiente molto diverso, è stato qualcosa di sorprendente e quasi surreale, che ha reso l’esperienza ancora più memorabile.
La vita quotidiana non è stata priva di difficoltà. Spostarsi a Miami si è rivelato spesso complicato: mezzi in ritardo, corse cancellate e informazioni poco chiare. In particolare, i Trolley — mezzi gratuiti ma estremamente imprevedibili — sono diventati quasi un simbolo dell’esperienza. Capire come prenderli tramite l’app, aspettarli senza sapere se sarebbero arrivati e riorganizzare continuamente gli spostamenti ha richiesto molta pazienza. Su questo punto, il professore ha finito per sviluppare una vera e propria “passione” per i Trolley, tra ironia, frustrazione e tentativi continui di interpretarli, rendendo anche questi momenti parte dei ricordi più divertenti del viaggio.
A livello personale, l’esperienza ci ha cambiati profondamente. Per tutta la permanenza abbiamo imparato ad autogestirci: fare la spesa, cucinare, mantenere l’appartamento e organizzarci tra lavoro e vita quotidiana. Non è sempre stato semplice, ma ci ha resi più autonomi e responsabili. Il clima è rimasto sempre positivo, sia tra noi tre che con i due adulti che ci accompagnavano. Anche nei momenti meno semplici — come quando il direttore di Mo’better Football non è stato bene e abbiamo dovuto gestire medicine e imprevisti — siamo riusciti a mantenere leggerezza e spirito di gruppo, trasformando anche le difficoltà in occasioni di condivisione.
Guardando a questa esperienza nel suo insieme, ci rendiamo conto di quanto sia stata formativa sotto ogni punto di vista. Ci ha insegnato a lavorare in un contesto internazionale, a gestire la fatica, gli imprevisti e le responsabilità, ma soprattutto a credere di più nelle nostre capacità. Per il futuro, portiamo con noi una maggiore consapevolezza di ciò che vogliamo e di ciò che siamo in grado di fare.

A chi si prepara a partire per un’esperienza simile consigliamo di non aspettarsi la perfezione, ma di essere pronti ad adattarsi, a collaborare e a vivere ogni momento fino in fondo. Un Erasmus VET non è solo un viaggio o un progetto scolastico: è un’esperienza che, soprattutto a questa età, può davvero segnare un prima e un dopo.

Il video dell'esperienza è possibile visualizzarlo sulla pagina YouTube dell'istituto al seguente link: Erasmus+ VET Miami - USA 2026